sullo scrivere

Scriviamo per riportare qualcosa che abbiamo perso dentro di noi.
Come un treno uscito dai binari su qualche tratta dimenticata da dio.
Con fatica lo rimettiamo a posto, accendiamo il fuoco e aspettiamo che la caldaia entri in pressione.
Un giro di manopola e lentamente, tra mille lamenti rugginosi, le ruote rincominciano a girare. Inizialmente lente, poi sempre più velocemente, e i nostri pensieri diventano bolidi di energia pura, che affrontano binari, curve e salite di montagna.
Il fuoco è caldo, la caldaia in pressione, e come fuochisti badiamo solo a tenere in moto, in perenne accelerazione i nostri sentimenti...
fino alla prossima stazione.
Pronti a ripartire per il prossimo viaggio.


sabato 2 luglio 2011

cicatrici

Da piccolo volevo una cicatrice sul braccio o sulla guancia, anche se dove mica m'importava; bastava che ci fosse.
Non ne volevo una da caduta come quelle che ti fai grattando l'asfalto quando capitomboli dalla bici, volevo una vera cicatrice da duello, come quella di Capitan Harlock. E mentre metà l'avrei nascosta con una benda e un ciuffo di capelli esattamente come lui, l'altra parte sarebbe stato un monito per tuttii miei nemici.

Purtroppo di duelli con le spade non ne facevo molti, ero più tipo da sassaiola e si sa che che i sassi colpiscono sempre in testa.
Così sui banchi scuola me ne facevo sempre una sul braccio, un tratto lungo e 5-6 trattini a mo' di punti.

Da grande le cicatrici sono arrivate con truccando motorini e lavorando sulla macchina, una di queste è ben visibile sul dito medio. A mostrarlo a qualcuno sembra dire: "VAFFANCULO!!", virgola! E sembra un invito sospeso, soprattutto per me, a cui aggiungo qualche altro improperio, e punto!
Un'altra ancora è un dono di una staffa rimbalzata sul cemento dopo una martellata e conseguente rimbalzo, perfettamente verticale, diretto al centro della fronte, e appare come un sette disteso quando m'incupisco.

Altre non mi pare di averne, almeno sulla pelle.
Poi ci sono quelle invisibili, quelle sul cuore.
Cazzo si! Quelle sono tante.
Ogni crack, me lo sono ricucito da solo, ogni ferita è ora rinforzata con una cicatrice lunga e resistente e se mi aprissi il petto non vedrei mica un cuore, ma un gomitolo di vene e cicatrici.
E quando il cuore batte ha il suono forte e profondo di una grancassa ripiena di ovatta, e questo ritmo sembra una continua lotta tra la sua voglia di battere libero e la catena che l'imprigiona... ogni cicatrice... un anello.
Così a volte l'aiuto, 'sto povero cuore, ogni tanto lo batto forte con i pugni chiusi al centro del petto, non proprio sullo sterno a dir la verità: leggermente a sinistra come fanno vedere nelle simulazioni di pronto soccorso.
Allora lui riprende a battere e già sa che per colpa mia, o di qualcun'altra, prima o poi avrà una nuova cicatrice.

Ma va bene così.
D'altronde anche a lui le cicatrici mica dispiacciono, anzi si vanta di aver vissuto!

1 commento:

  1. the only way to get rid of your constant self-reflection is to count the scars on others' hearts made by you :) try to do it :)

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