L'infanzia tranquilla di un giorno dal travaglio indaco ha il tatto colloso del sudore freddo e la violenza di un urlo che rimbomba nel soffitto scosceso e nelle pareti spoglie.
Gocce tra la pelle e le lenzuola artigliate dalle mani, e il respiro affannoso generato dal retaggio onirico di un'incubo in cui ero il Crono di te stesso.
Come il tempo ti divori, e ti lasci consumare sotto la pioggia acida dell'inquietudine, mentre lo stomaco si divide tra il senso di espellere l'acido e la voglia basica di latte caldo, com'è facile annullare il suo male.
Impossibile invece annullare il quello dell'anima che ogni tanto riaffiora come un picco di scoglio tra due onde e vestito dal rosso delle actinarie nutrite -non dal mare- ma dal tuo stesso sangue vermiglio.
Lì vive la tua ninfa dalle gambe canine, quel mostro da cui scappi e torni per cercare rifugio, e a cui lasci ogni volta un pezzo di te, il migliore sulla piazza.
Prima o poi finirai la carne Jack, consumerai anche l'anima e arriverà quel giorno in cui morirà d'inedia la belva, e sarà lo stesso giorno in cui sparirai anche tu.
sullo scrivere
Scriviamo per riportare qualcosa che abbiamo perso dentro di noi.
Come un treno uscito dai binari su qualche tratta dimenticata da dio.
Con fatica lo rimettiamo a posto, accendiamo il fuoco e aspettiamo che la caldaia entri in pressione.
Un giro di manopola e lentamente, tra mille lamenti rugginosi, le ruote rincominciano a girare. Inizialmente lente, poi sempre più velocemente, e i nostri pensieri diventano bolidi di energia pura, che affrontano binari, curve e salite di montagna.
Il fuoco è caldo, la caldaia in pressione, e come fuochisti badiamo solo a tenere in moto, in perenne accelerazione i nostri sentimenti...
fino alla prossima stazione.
Pronti a ripartire per il prossimo viaggio.
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