sullo scrivere

Scriviamo per riportare qualcosa che abbiamo perso dentro di noi.
Come un treno uscito dai binari su qualche tratta dimenticata da dio.
Con fatica lo rimettiamo a posto, accendiamo il fuoco e aspettiamo che la caldaia entri in pressione.
Un giro di manopola e lentamente, tra mille lamenti rugginosi, le ruote rincominciano a girare. Inizialmente lente, poi sempre più velocemente, e i nostri pensieri diventano bolidi di energia pura, che affrontano binari, curve e salite di montagna.
Il fuoco è caldo, la caldaia in pressione, e come fuochisti badiamo solo a tenere in moto, in perenne accelerazione i nostri sentimenti...
fino alla prossima stazione.
Pronti a ripartire per il prossimo viaggio.


mercoledì 8 giugno 2011

Scilla

L'infanzia tranquilla di un giorno dal travaglio indaco ha il tatto colloso del sudore freddo e la violenza di un urlo che rimbomba nel soffitto scosceso e nelle pareti spoglie.
Gocce tra la pelle e le lenzuola artigliate dalle mani, e il respiro affannoso generato dal retaggio onirico di un'incubo in cui ero il Crono di te stesso.
Come il tempo ti divori, e ti lasci consumare sotto la pioggia acida dell'inquietudine, mentre lo stomaco si divide tra il senso di espellere l'acido e la voglia basica di latte caldo, com'è facile annullare il suo male.
Impossibile invece annullare il quello dell'anima che ogni tanto riaffiora come un picco di scoglio tra due onde e vestito dal rosso delle actinarie nutrite -non dal mare- ma dal tuo stesso sangue vermiglio.
Lì vive la tua ninfa dalle gambe canine, quel mostro da cui scappi e torni per cercare rifugio, e a cui lasci ogni volta un pezzo di te, il migliore sulla piazza.
Prima o poi finirai la carne Jack, consumerai anche l'anima e arriverà quel giorno in cui morirà d'inedia la belva, e sarà lo stesso giorno in cui sparirai anche tu.

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